
Pocaluce si sa è quello informato, se c'è da conoscere una statistica lui la conosce, se devi sapere l'ultimo fidanzato di una pornostar lui lo sa e si mette pure a sciorinare la filmografia con
tanto di pagelle ai titoli imperdibili: sette nane sotto il letto, cecata e perversa, la pillola dei miracoli, biancaneve alla ricerca del lupo superdotato e tanti altri che sarebbe pure
sconveniente citare in pubblico. Pocaluce, non ci vede quasi niente, però certi titoli gli danno lo spunto e anche se i dialoghi sono quello che sono, lui ci costruisce storie fantastiche, basta
una birra, un po' di gin, il giusto uditorio. Alì è il suo uditore perfetto, sono venticinque anni che sta a Villanova arrivato con gli albanesi, fa il muratore ma ancora non capisce bene le
parole, mattoni lo sa dire, maleepeggio lo maneggi, piccone, controsoffitto, caffè corretto, bira. Alì finito il lavoro viene al bar, sente Pocaluce, beve una birra col gin pure che è secco
secco, poi se ne compra un'altra e va a casa a dormire. Pocaluce è il telegiornale di Alì, ma un telegiornale fantastico, una statistica, una dichiarazione del Papa, la trama di un porno che non
vedrà mai, causa la mancanza di televisore, di collegamento a internet e la fine dei cinema a luci rosse. Alì è cosi, mattoni lo capisce, chiodi, impalcature, no casco che non mi serve, no
protezioni che lavoro male. Si alza alle quattro prende il Cotral delle quattroetrentacinque, scende a Rebibbia trova un chiosco aperto prende il caffè con la grappa, e alle sette è sul cantiere.
Alle diciotto sta al bar villanova, nessuno gli dice niente, un saluto se c'è Banana, si siede con Pocaluce per le ultime novità, poi riprende lo zainetto azzurro, ci mette la birra per la sera e
torna a casa. Adesso la questione che gira è quella dell'immigrazione, Pocaluce lo mette in guardia da quelli che arrivano a rubare il lavoro, Ali non parla tanto, e neanche capisce tutte le
parole. Chi sarà sto Salvini che sembra un santo, si batte contro l'invasione, contro le malattie che portano i negri, contro quelli che rubano il lavoro. Pocaluce è entusiasta, di Salvini sa
tutto, lo voterebbe di corsa se ci vedesse a mettere la ics sulla scheda. Lo dice forte e ogni volta con nuovi argomenti e anche riferimenti cinematografici: l'invasione dei negri assatanati, le
bionde preferiscono i negri per dirne due, tutte opere che segnalano come l'immigrazione porti anche al furto delle donne, non solo del lavoro. Lo sciancato lo serve di malavoglia ormai pure che
è cecato ha veramente rotto il cazzo: -l'INPS te dovrebbe levà a pensione oppure, mejo ancora, padre pio te dovrebbe fa tornà a vista cosi te guardi e capisci perché non c'hai 'na donna. Manco
Alì è accompagnato, la bira e via, aveva avuto una ragazza, si sapeva, ma non ne parlava mai. -Fanno bene in Ungheria- berciava Pocaluce, un muretto e via, la nostra civiltà è in pericolo. Mica è
vero che i muri se fracicheno, sii i fai bene, nun se fracicheno. Er filo spinato mica se fracica, cor filo spinato mica passi, noi se dovemo da difenne. -Difennete 'sto cazzo -, sbattendo la
mano sul banco, lo sciancato faceva pervenire la sua opinione, ma niente, Pocaluce col fatto che l'ungherese genio si chiamava Orban che se lo dici bene può anche suonare Orbo, si considerava
ungherese esso stesso. La stessa Budapest era stata una capitale del porno mica come quelle sdrucinate romene, le porno star ungheresi avevano tutta un'altra classe. Chi sono i seguaci di Orban?
Gli orbi. Pocaluce si sentiva a casa, finalmente compreso e membro di qualche cosa più grande. Ci vuole il muro pure qui, se non si può fare a villanova, almeno dentro al bar. Lo sciancato voleva
tirargli un bicchiere. - Perchè nun te lo fai a casetta tua un ber muretto? Così nessuno te invade.- Glielo disse suadente, con lo sguardo dolce, aggiustando le olivette nella ciotolina di vetro.
-See, io 'o farebbe pure ma ce vonno i permessi, c'è la burocrazia che ce strozza, c'amo 'e mani legate.-
Lo sciancato divenne serio: Pocalù ma che dichi, ce stanno 'a 'nvade e tu pensi a li permessi? Pocalù, damme retta è stato de bisogno. Tu c'hai 'a pensione, c'hai da perde, nun sei come noi che
nun c'avemo un cazzo. Alì annuiva, il lavoro suo nun glielo rubavano sicuro.
Pocaluce cominciava a convincersi, era un'orbo, doveva dare un segnale che era coi fratelli ungheresi, che stava con l'armata degli orbi. Alì annuiva e fece per alzarsi, Pocaluce lo bloccò: - Alì
damme 'na mano tu, domenica nun lavori e famo tutto, io metto 'a bira. - Quaranta euro- disse Alì. Pocaluce era interdetto: -ammazzate quanto bevi, famo trenta.- Quaranta euro, disse ancora Ali
spostando la sedia. Pocaluce pensava a Salvini che li stranieri vanno aiutati a casa loro, ora aveva un argomento in più, quaranta euri per un muro necessità de vita, ammazzali! Va a fa der bene.
Si okkey spero te pia a cirrosi epatica co' tutte ste birre che te faccio beve coi sordi mia.
Alle sette Alì bussò alla porta di Pocaluce, indossava il cappello di carta per proteggersi dagli schizzi e sembrava insolitamente lucido.
Mattoni? Calce? Tinta? Filo spinato? Cocci di vetro? Come lo devo fare? Pocaluce non era tanto pratico, pensava a Salvini e al suo ispiratore Orban, non voleva deluderli. Però aveva paura dei
tentacoli burocratici dello stato centralista, aveva paura dell'ingerenza della Germania, delle indicazioni dell'unione europea, ma ormai si doveva fare. Gli venne in mente “fantasie perverse
dietro al muro” e ruppe gli indugi: - niente filo, niente vetri e cercamo de risparambià, murame la porta, er lavoro è demeno e lo poi pure fa pe’ trenta euri.
Quaranta rispose Alì smettendo di impastare la calce sull'asfalto. Vabbè,
spazientito Pocaluce, vabbè speriamo che te ce strozzi. Cerca de fallo bene però.
Tu dentro disse Alì, Pocaluce ci pensò un attimo, Salvini diceva che non devono entrare, non ci devono invadere, padroni a casa nostra, mica diceva padroni fuori da casa nostra, entrò ma non
fidandosi del lavoro di Alì si mise proprio davanti all'uscio per controllare i lavori. La pala girava la calce, Pocaluce ora era il committente, non vedeva bene ma sentiva l'alacrità del
muratore, era insolitamente contento. Da Villanova partiva un segnale chiaro: stop invasione. Lo avrebbero intervistato, sarebbe stato famoso come quel cantante cieco, poteva magari girare un
film con Eva Henger ungherese puro sangue e super bona, sicuro orba anche lei. I suoi pensieri furono interrotti dalla voce brutta di Alì: - i soldi -. Era a metà dell'opera, voleva almeno la
metà del pattuito, una cosa onesta in fondo, Pocaluce acconsentì ma con un po' di malizia in corpo. Ecco a te, venti e altri dieci a tre quarti, i mattoni salivano che era una bellezza, quando
arrivarono a un metro e settanta Alì chiese il resto, altri dieci allungati all'altezza della testa del muratore. Poi il colpo di scena: -Alì sei pure te l'invasore, mica sei italico e nemmanco
ungherese, sto lavoro n'italiano piava armeno settanta
euri, tu jai levato er lavoro e puro er giusto guadambio, attaccate ar cazzo, pjate trenta e vattene affanculo-. Ali non rispose, continuò con la calce e a posare mattoni, terminata la fila che
non si vedeva più la faccia di Pocaluce disse: -m'ai fregato, questi te li metto omaggio- e proseguì la sua opera.
Pocaluce era contento, si sentiva protetto, aveva fregato Alì e non doveva più temere l'invasione. Un trillo improvviso il citofono e una voce conosciuta pronunciò la seguente frase: stai
dall'artra parte. Nun te ce volemo de qua.
- No, caro mio, er muro l'ho fatto io, voi state dall'artra parte –
Pocaluce fu pronto nella risposta.
Vabbè, fu la laconica risposta della voce conosciuta. Allora c'hai fregato.
Casomai se ce voi venì a aiutà a casa nostra, stamo ar bar.
Pocaluce dietro il muro era euforico, sarebbe uscito non fosse stato per il
muro.
- Quanto regge?- Domandò lo sciancato.
- Il giusto- rispose Alì, per trenta euro che vuoi pretendere.
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